il Pensiero non e' un sasso, ma un onda, una duna

Nelle notti d'ore nere accelerate
o quando anche il tempo dorme
nel vischioso vizioso riproporsi
come nel fulmine piu' virtuoso
incontro all'infinito, corpi celesti.
Bolidi di carne e taciturni occhi
sempre illuminanti nel riflettere
biunivoci mezzi di trasmissione
a cercar quell'attimo che fugge
d'anelato ricco codice comune.
Orbita compenetrata, inviolabile
tremante appare, e pur bramosa
da trilli, accidenti musicali trafitta
da nuove pennellate, modificata
la neonata mente mia, di ripartire.
Oscillando silenzioso fra le stelle
con il cuore perfettamente a tempo
presso curve d'asfalto sconosciuto
m'inclino docile, rallentando attento
accelero, non temendo lo schianto.
Con note di poesia, colori che salgono
nella calda sera di mille anime appese
mi scopro e senza elettronica aggiunta
a fermar immagini d’essere tutte mie.
Vergogna appare, lo splendido attimo
pulsante, nell’unicità del lento respiro
trattener ostaggio, ed in pillole clonarlo
come se la luna domani non sorgesse.
Non era, è, mai più sarà, salata goccia
chiara immagine, d’intoccabile purezza
diafana, lontana dallo stantio ripetersi
da potersi cullare, senza che mai torni.
Alle labbra mirabile, impetuoso risale
Il dolce e terribile, segreto del bambino
ed al rosso sole, sorrido ancor pensando
al segmento d’essere, tra eterni opposti.

Ho tre occhi che san veder, al buio
ciò che sognato, voi non ricordate
voi che pretendete senza mai dare
piangendo lacrime, che non avete.
V’han cresciuto in questa sola via
cani, a rubar ciò che non e’ vostro
e lo fate, nascondendovi vigliacchi
ipocrisia armata, a scacciar la luce.
Voi non vi dite, serafici, mentendo
le parole che temete, e provocate
sol con un ghigno, parlate, parlate
lontani rimanendo dall’essere vivi.
Comprate, l’altrui vita che vi sfugge
con il sopravviver grigio e silenzioso
offrendo cenere, in lucide stoviglie
scaldata al freddo fuoco benedetto.
Mi inchino, a non cambiar il mondo
indossando le mie maschere pacate
pur la mia guerra, non conto i morti
già, crudel, l’ho vinta, guardandovi.

Filastrocca del mio mondo banale
quando sol il vero e’ sempre reale
ed il calor non e’ gelo improvviso
e ad una carezza segue un sorriso.
quando chi sbaglia non è mai punito
purché poi si mostri contrito e pentito
dove volare in alto è un grande peccato
ed il rimaner fermi va sempre lodato.
Dove la purezza non si può criticare
A men che non venga da altro pensare
I suoni ed i colori son certo compresi
A patto sian presi sol a piccole dosi.
Dove sempre si parla di virtù e verità
E cosa sian qualcun lo ha detto di già
E tu presto sorridi, non stare a pensare
Questa è una filastrocca, mica il reale.

Ti sei fatta sale, per sopravvivere
in cristalli, di matematica ragione
l’approvazion, forgiata nei giorni
d’indiscussa, criogenica salvezza.
La prima lama, neppur la sentisti
lacerar, quell’arrogante ghiaccio
il sangue solo, sincero fiume tuo
del calor la catastrofe comprese.
Nel disgelo, colgo il tuo sciogliere
in irriverente nuova luce d’estate
irrevocabile, nel tuo esser liquida
quel lungo, interminabile sospiro.
Senza pensar di poter togliere aria
splendida, del tuo esser, mi disseto
trovandoti poi nel riprender forma
incontaminata, sorrider purissima.

Ti parlo, senza voce, racchiusa nel tuo sonno
da voci che non mi appartengono, si lontano
dentro te scivolando, ora, come so m’aspetti
dall’attimo di tempo, sognato, in cui arrivasti.
Seduto, nella frescura di bosco così notturna
del mondo cui io appartengo, mi sento parte
ancestral spirito sono, da vibrazioni guidato
non conosco la fame, pur pronto a nutrirmi.
Quando mi vedrai, entrando, più non tremar
lasciando scivolar sovrana, la consapevolezza
in oscurità accecante, non per caso, or ti trovi
con scintillanti occhi, di rapace, pronto al volo.
Che se morir, certo di questo son, hai compreso
altro non è che rinascer, vero ogni volta, più veri
non urlar, il baluardo di vecchia ormai menzogna
ma avvicinati regale, e parlami, ascoltando piano.
Il Buio non e’ quello in cui sprofondi, nei miei occhi
ma quello del ripetersi di giorni, uguali, senza notti
del grigio camminar altrui orme su calpestata neve
sino, a non lasciar di sé, neppur il proprio ricordo.
Ti dico che anche mentendo preghier, in cui non credo
pure allora, sentiresti l'armonia del mio esser sincero
di te mi nutro, non nascondo, quel che luce bramo sia
a te donando, integra di sangue, la misteriosa vita mia.
A te non chiedo d’esser me, o quel che non puoi essere
giacché dominar gli elementi mai significa il controllarli
fusi natura, ragione ed il viaggiare son, nella mia mente
solo per apprezzar di te, tutto quel che non comprendo.
Resta o fuggi, nel respirar silenzio, a queste mie parole
che mai ho rubato, checché si dica, quel di cui mi nutro
nella notte sto, senza giudicar o insegnar il modo giusto
creatura sono, perfetta, come te, nel mio esser mostro.

Plasmar i giorni, è l’arte vera mia modesta
se con la creta di pensier, che rimangan tali
so ricucir, accarezzando piano, nella notte
quello che, per sua natura, ragion violenta.
Mai trovo visi d’abiura degni, nella mia luce
ma dopo lacrime, sorrisi, a strappar la pelle
la menzogna violenta ignoro, ed il suo uso
paziente, alchimista antico, distillo essenza.
Che troppe domande, ho gettate io sul volto
errato o giusto, or davver non mi son fulcro
da insegnanti sopraffatto ieri, nei loro templi
in eter immerso, dimenticai quello che sono.
Allora, ad immagini in bianco e nero io affido
Il mio respiro, lontan da ritmi che disconosco
che, privata dall’oscen pulsar d’ossessivi bassi
la vita sia, spazzole garbate su stelle in quarti.

Dipinto di William Johannes Verdult
Frutto di lunghi fiumi placidi e laghi gelidi
timidi ruscelli di neve a ruggir in torrenti
le onde lunghe, a divenir, spinte dal vento
tuoni taglienti a flagellar la riva, osservo.
E piove.

Ed è ora fioca lama di spada, la luce bianca
c’al reo effluvio dolce avvinta, ad illuminar
sui perduti corpi di brace, diamanti umidi
che lacrime scivoleranno, ordinata rimane.
Solo cerca la di lei mente, quell’esplosione
contratta, che spenga il nulla di ogni giorno
d’una vita, che or sa certo, non può trovarla
nel tempo, lui, indifferente nel lasciar solchi.
Studiato il muoversi, nel dondolar bui ricordi
d’occhi giovani, risa di lucidi morbidi capelli
che non chiedean conferme, sprezzanti e neri
d'echi o falsi gemiti, tristi sol come il sentirli.
Questo sente l’uomo, non già la morbida pelle
e con il misterioso corpo, sopra il suo disteso
pur ancor ei gioca, l’inutile farsa del possesso
per non coglier d’esser pupazzo, il non respiro.
Eppur dentro sé, ogni volta piange, lentissimo
questi vani sospiri senza valor, già dimentichi
di quando lottando senza uccider, nella notte
baciavan le sue labbra, tutte le stelle del cielo.

Senza del ladro l’inceder, abbandona
l’ombra del campanil, che ti si impose
che non trovasi li, lontan dalla ragione
altro che nenie e non possono salvarti.
Prendi a scender scale, quelle tue vere
d’oscure cantine, di bauli tuoi riempite
ove mondi sospesi, sol a te riveleranno
dal fascio di luce, sorpresi, lor esistenza.
Con lentissima cura, vita nell’ombra buia
oggetti d’altri tempi a ricordar, accarezza
il sapor del vero rendi loro, e di giustizia
d’esser stati, l’esser passato e non colpa.
In ginocchio, sospeso, fra pesanti scricchiolii
non temer di bianchi visi e d’occhi l’apparire
che malinconici sorrisi, diverran i loro ghigni
se oserai sfiorarli con la dolcezza del tuo palmo.